[OBIETTIVO] Nirvana: Nevermind // Geffen, 1991

Qualche istante di silenzio. Poi i graffi superbi ed indolenti. E poi esplode tutto ed il mondo cambia. O almeno è quello che avremmo voluto. Il 24 settembre del 1991 musica indipendente e corporativa risiedono ancora in universi differenti. Hanno iniziato già da qualche anno ad annusarsi, ma il divario sembra lo stesso incolmabile. Almeno fino all’urlo di un ragazzino con i capelli lunghi e sporchi ed i jeans strappati che azzera convenzioni e riscrive regole. Eccola, la generazione dei perdenti, degli sfigati, dei rimpallati tra un passato fatto di genitori divorziati e un futuro che non esiste perchè qualcuno troppo più vecchio te lo ha rubato sotto al naso. Eccola che dopo dieci anni di calci in bocca inizia a voler riprendersi quello che gli spetta. E per farlo urla. Urla talmente forte che l’eco si sente ancora oggi, tante (troppe) primavere dopo.

Un nome (Nirvana) che significa libertà dal dolore e dalla sofferenza, una copertina che profetizza in maniera spaventosa quello che accadrà da li a poco tempo e dodici canzoni che hanno tutte la statura del classico immediato. E’ tutto cosi perfetto che si stenta a credere sia successo veramente. Ma Nevermind, non importa. Perchè sappiamo che invece è successo. Che è arrivato questo tossico da una fogna industriale come Aberdeen, vicino Seattle, ed ha iniziato ad urlare. Prima mescolando Stooges e Black Sabbath. Poi prendendo tutto ciò che il rock cosidetto “alternativo” aveva detto negli anni ‘80 per trasformarlo da culto per pochi appassionati a fenomeno mondiale. L’incrocio mesmerico tra punk e hard (Black Flag e Melvins). Il rumorismo ammiccante (Sonic Youth). L’esistenzialismo rabbioso (Wipers). L’urlo catartico (Husker Du). La combinazione micidiale tra melodia e soverchianti colate di feedback chitarristico (Dinosaur Jr.). La malinconia taumaturgica (Meat Puppets). L’adolescenziale poetica della sconfitta (Replacements). La tensione incontenibile (Big Black). La depressione cosmica (Flipper). La follia anarchica (Pixies). L’innodia totalizzate (Fugazi). Tutto ciò e molto di più conflui’, in quel caldissimo 1991, tra i solchi di Nevermind. Riletto attraverso tutto il talento e la personalità di quello che è, semplicemente, il più grande autore di canzoni pop ad aver graziato gli ultimi vent’anni. Ed il botto che ne consegui abbattè barriere (tra underground e mainstream), salvò vite (chi scrive) e ne distrusse altre (il tossico di cui sopra).

Questa è la storia di un disco che non voleva parlare ad una generazione ma solo far tirar su qualche verdone ai suoi autori e che incidentalmente si trasformò in una bomba. E che per di più nemmeno esplose totalmente, dacchè chi comanda i giochi, dopo un iniziale spaesamento, istituzionalizzò e rivendette a pochi spiccioli il fuoco ed il sangue che questa aveva iniziato a spargere. E cosi la truffa ai danni di quei ragazzi potè continuare. Ma anche solo l’impressione che sia stato possibile, per un istante, urlare NO! è sufficiente. Per la rivoluzione occorre aspettare il prossimo giro.

Andrea Corritore

aprile 25, 2010Andrea_C 2 Comments »
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[OBIETTIVO] Franti: Il giardino delle quindici pietre // Blu Bus, 1986

Gli X con la Mole Antonelliana al posto del Sunset Strip. E’ davvero curioso, col senno di poi, considerare un complimento del genere cosi dannatamente riduttivo. E’ vero, su Lalli e Stefano Giaccone, Exene Cervenka e John Doe esercitarono una discreta influenza, almeno inizialmente. Ma è anche altrettanto vero che i nostri furono subito capaci di smarcarsi per entrare, da soli, nella leggenda.

Un nome preso in prestito dal reietto asociale del Libraccio Cuore (Franti); un’indipendenza totale, che diventava urlo di devastante autodeterminazione ed autogestione in quegli stessi anni ottanta deturpati da città da bere e yuppies rampanti (l’esperienza del Blu Bus) e soprattutto la musica. Che in Italia (e forse da nessun’altra parte) non s’era mai sentita in quei termini.

Hardcore. L’energia, il fuoco, venivano sempre da li. Ma di Hardcore inteso come canone meramente musicale, ne Il giardino delle quindici pietre ce n’è pochino e quando si fa sentire (Hollywood / Big Black Mothers) è incanalato in strutture estese e complesse che abbinano recitativi disperati a riff che sanno di rock duro. Ecco, se si volesse iniziare a spiegare la colossale grandezza del secondo LP dei Franti si potrebbe partire da qui, dal geniale e mai gratuito mescolare stili ed influenze, reinterpretate attraverso una visione cosi personale da far diventare gli iniziali modelli esteri solo una frazione difficilmente riconoscibile dell’impasto. Ne più ne meno quello che, con le dovute differenze etiche ed estetiche, stava riuscendo ai CCCP da Carpi. Ecco quindi il jazz che incendia irresistibili ritmiche reggae e abissali profondità dub. Che cementa trame strumentali complesse che odorano di Canterbury. Che avvolge sinistre melodie intinte nel folk ancestrale. E che arricchisce e libera quell’Hardcore dal quale tutto era iniziato. Libertà è la parola chiave: i Franti erano gli alfieri di una concezione libera, liberata e libertaria di rock and roll che in pochi, in quel periodo abbracciavano.

E suonavano forte, i Franti. Soprattutto suonavano veri ed insostenibilmente intensi. Un gruppo con la condanna di essere iconico in ogni sua minima caratteristica. Sono passati venticinque anni e, nonostante la fine dell’esperienza, il mutamento anche tragico delle condizioni socio-politiche e l’inevitabile crescita personale dei protagonisti, quel disco continua a suonare forte. E soprattutto vero. Ed insostenibilmente intenso.

Andrea Corritore

marzo 14, 2010Andrea_C 2 Comments »
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Eccoci!

Ci sono :-)

Lupin

gennaio 7, 2010Lupin 2 Comments »
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gennaio 4, 2010admin 6 Comments »
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