[OBIETTIVO] Franti: Il giardino delle quindici pietre // Blu Bus, 1986
Gli X con la Mole Antonelliana al posto del Sunset Strip. E’ davvero curioso, col senno di poi, considerare un complimento del genere cosi dannatamente riduttivo. E’ vero, su Lalli e Stefano Giaccone, Exene Cervenka e John Doe esercitarono una discreta influenza, almeno inizialmente. Ma è anche altrettanto vero che i nostri furono subito capaci di smarcarsi per entrare, da soli, nella leggenda.
Un nome preso in prestito dal reietto asociale del Libraccio Cuore (Franti); un’indipendenza totale, che diventava urlo di devastante autodeterminazione ed autogestione in quegli stessi anni ottanta deturpati da città da bere e yuppies rampanti (l’esperienza del Blu Bus) e soprattutto la musica. Che in Italia (e forse da nessun’altra parte) non s’era mai sentita in quei termini.
Hardcore. L’energia, il fuoco, venivano sempre da li. Ma di Hardcore inteso come canone meramente musicale, ne Il giardino delle quindici pietre ce n’è pochino e quando si fa sentire (Hollywood / Big Black Mothers) è incanalato in strutture estese e complesse che abbinano recitativi disperati a riff che sanno di rock duro. Ecco, se si volesse iniziare a spiegare la colossale grandezza del secondo LP dei Franti si potrebbe partire da qui, dal geniale e mai gratuito mescolare stili ed influenze, reinterpretate attraverso una visione cosi personale da far diventare gli iniziali modelli esteri solo una frazione difficilmente riconoscibile dell’impasto. Ne più ne meno quello che, con le dovute differenze etiche ed estetiche, stava riuscendo ai CCCP da Carpi. Ecco quindi il jazz che incendia irresistibili ritmiche reggae e abissali profondità dub. Che cementa trame strumentali complesse che odorano di Canterbury. Che avvolge sinistre melodie intinte nel folk ancestrale. E che arricchisce e libera quell’Hardcore dal quale tutto era iniziato. Libertà è la parola chiave: i Franti erano gli alfieri di una concezione libera, liberata e libertaria di rock and roll che in pochi, in quel periodo abbracciavano.
E suonavano forte, i Franti. Soprattutto suonavano veri ed insostenibilmente intensi. Un gruppo con la condanna di essere iconico in ogni sua minima caratteristica. Sono passati venticinque anni e, nonostante la fine dell’esperienza, il mutamento anche tragico delle condizioni socio-politiche e l’inevitabile crescita personale dei protagonisti, quel disco continua a suonare forte. E soprattutto vero. Ed insostenibilmente intenso.
Andrea Corritore



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